Quando il 16 novembre del 1979 uscì l'album "The Wall", fu subito accolto da uno straordinario successo commerciale. In sé, questo non testimonia abbastanza degnamente la potenza evocativa, la profonda ricchezza di contenuti, la grandezza, non solo musicale, del capolavoro firmato dai Pink Floyd, in realtà opera (quasi) solista di Roger Waters. Ritratto allucinato della nostra epoca, manifesto esistenzialista dell'uomo oppresso dalla "macchina", prefigurazione del disimpegno e del vuoto di ideali degli imminenti anni ‘80, autobiografia di un musicista e di un uomo in fuga autistica da un mondo persecutorio, denuncia sociale e viaggio sentimentale nella nostalgia. Ttutto questo é racchiuso in un'opera e in un simbolo ormai entrato a far parte dell'immaginario comune.
The Wall è stato il grido di dolore e di protesta di un intera generazione, ha prestato la voce alla lotta dei neri sudafricani contro l'apartheid, é stato issato come vessillo sulle macerie del muro di Berlino, ma non ha ancora esaurito il suo potere militante contro l'oppressione e l'alienazione, che sempre nuove forme assumono nel tempo e nelle diverse culture.
GM
THE WALL nell'intepretazione dei Fluido Rosa.
Pink, il protagonista, è una rock star. I musicisti sul palco, dunque, sono anche i musicisti di Pink, e dunque attori nella parte di sé stessi. La cornice musicale non è dunque come l’orchestra di un musical, ma parte teatrale dello spettacolo, e oscilla fra la sua funzione recitante e quella narrante, simile, quest’ultima, a quella del coro nella tragedia greca. Anche il pubblico, a tratti, entra a far parte dell’opera in funzione recitante, sia pure “passiva”, perché l’originalità dell’opera nell’interpretazione dell’antica metafora della vita come palcoscenico sta in una nuova prospettiva che comprende anche il pubblico e la regia nella rappresentazione teatrale. L’unico elemento scenografico è il muro. Dal secondo atto e fino alla trasformazione di Pink, il protagonista reciterà dall’interno del muro (che rappresenta contemporaneamente una stanza d’albergo).
Due videoproiettori trasmettono sulle due porzioni laterali del muro immagini pre-registrate o riprese in tempo reale da una telecamera, mixate ed elaborate dalla consolle video. La telecamera riprende la scena all’interno della stanza/muro nel secondo atto. Ma non è questa la sua unica funzione: le scene, attraverso il nuovo medium, acquistano un diverso contenuto artistico, e la diversa prospettiva rappresenta insieme il piano d’osservazione della narrazione e l’onnipresente regia occulta che muove i fili della rappresentazione nella quale si muove il protagonista. La multimedialità proposta nello spettacolo è dunque un mezzo possibile per rendere il complesso gioco di contenitori: il “concerto nel concerto”, il “teatro nel teatro”. Il contenuto delle immagini pre-prodotte, proiettate sugli schermi, è da intendersi come il mondo immaginativo del protagonista e lo sfondo psicologico dell’opera. Alcuni spezzoni di recenti programmi TV vogliono sottolineare l’attualità e l’universalità di un’opera nata più di vent’anni fa, sia pure con diversi connotati, e rappresentata non per celebrarne la forma esteriore ma per dare voce e corpo al sentire degli artisti e degli spettatori.
Un altro medium di trasmissione dei contenuti dell’opera è costituito da un corpo di ballo sperimentale, che drammatizza alcune situazioni e passaggi simbolici. I diversi medium artistici, con i loro diversi linguaggi, concorreranno nel produrre il contenuto, il significato ed il senso dell’opera.
Intervista realizzata da Marco Cavalieri per Radio Città Aperta, il 26 febbraio 2007 a Cristiana Polegri e Gabriele Marciano.
MC: "Voi proponete lo spettacolo "The Wall"…
Gabriele: "Si, lo spettacolo completo. Siamo in sette sul palco. C'è tutta la scenografia, un muro di polistirolo, sul quale vengono proiettate immagini, in parte pre-registrate e in parte dal vivo. C'è una stanzetta, che riproduce la stanza d'albergo dove il protagonista Pink rimane rinchiuso per gran parte dello spettacolo e viene ripreso da una telecamera. Poi, ogni tanto aggiungiamo alcune parti, cerchiamo di non lasciare mai nulla al caso".
MC: "Parlavamo proprio prima, fuori onda, della follia di Waters che, si narra, esplose proprio durante una tournee, nel corso della quale ruppe ogni rapporto con il pubblico…"
Gabriele: "Si, questo accadde prima del tour di 'The Wall', nella tournee americana del 1977, che si chiamava 'Pink Floyd - In The Flesh', che poi è anche il titolo di un paio di pezzi di 'The Wall'. Lui passava un periodo di grande crisi artistica, perché sentiva che quei grandi concerti negli stadi non avevano più nulla a che fare col messaggio che i Pink Floyd volevano trasmettere al pubblico, ma erano diventati solo una macchina per far soldi. Si sentiva vittima di una grande cospirazione, cosa che poi ha riportato nella sua opera. Sentiva che il pubblico era venuto lì solo per far casino in questa sorta di rito collettivo, oltretutto organizzato dall'industria dello spettacolo, l'unica a trarne beneficio. Da quel momento, cominciò ad odiare il pubblico, perché nel pubblico vedeva sé stesso, la propria corruzione. Per cui, una sera sputò in faccia ad un suo fan particolarmente scalmanato e da allora nacque questa idea di porre un muro, tra sé ed il pubblico".
MC: "Una cover band oggi… per molti è, come dire, il lato divertente del proprio lavoro. Per voi che cos'è?" Cristiana: "Per quanto riguarda me, è una passione, che è nata come un qualcosa in più e invece oggi è molto importante. Poi, devo dire che questo è l'unico gruppo che ho ancora e che dura dall'inizio. E ti posso dire che non cambierà mai, perché ognuno di noi - nonostante le sue collaborazioni, i suoi progetti - è insostituibile. Quindi, per me la cover band è un modo per condividere una grande passione e una forte amicizia" Gabriele: "Devo premettere che io non sono musicista a tempo pieno. Sono psicologo e lavoro in un servizio pubblico…" MC: "Ecco spiegata questa grande passione per Roger Waters!
Gabriele: "(ride) Giusto! Per Waters e per 'The Wall', che fondamentalmente è un'opera psicologica. Fra l'altro, ho scritto un saggio su 'The Wall', all'interno di una pubblicazione curata da Gianfranco Salvatore che contiene quattro interventi su questa rock opera. C'è un intervento di un musicologo, di un esperto di cinema, del curatore che tratta di psichedelica e poi il mio, che è una lettura psicologica. E questo è il mio lavoro. Poi, certo, anch'io faccio tante cose in ambito musicale, tra le quali i Fluido Rosa sono senz'altro il mio progetto più impegnativo. Per quanto riguarda il discorso delle cover band, credo ci sia modo e modo. Per noi, fare le cover è interpretare la musica dei Pink Floyd, non è riprodurre esattamente, alla lettera, la forma esteriore del gruppo, come fanno altri". MC: "Intendi abiti di scena?"
Gabriele: "Si, costumi, ma anche assomigliare ai componenti del gruppo… Per carità, discorso legittimo, ma non è quel che facciamo noi coi Fluido Rosa. Noi siamo interpreti della musica dei Pink Floyd, musica che a mio avviso sta diventando 'musica classica', in quanto apprezzata da diverse generazioni. Ci sentiamo come quelli che fanno la musica di Mozart, di Bach… ma nessuno mai dice 'Andiamo a sentire le cover di Bach'. Si parla semplicemente di musica di Bach".
Cristiana: "Certo, vuoi dire che non c'è questa ricerca spasmodica di ricopiare tutto, pari pari, gli assoli, gli atteggiamenti... Io, ad esempio, quando suono il sassofono, cerco sempre di dare un'impronta personale, di creare un sound nuovo. Oltretutto, il sax nel rock è suonato 'di pancia', sporco; anche con qualche errore, ma con passione".
Gabriele: "Poi, adesso, il discorso delle cover è molto diffuso nell'industria discografica. C'è questa idea di dover fare cose che ne ricordano altre, magari di successo, così non si sbaglia. Questo soprattutto nella musica commerciale. Ecco, credo che questo sia dannoso". Cristiana: "Però, volevo dire… la musica buona va presa tutta, ognuno ha libertà di fare quel che vuole, di reinterpretare a suo gusto. Ma, credo, ci sono certe cose (segnatamente di musica Classica) che non possono essere toccate. Mi viene in mente la Quinta di Beethoven rifatta in chiave disco ne 'La febbre del sabato sera'… E' orribile! Penso che Beethoven si sia rivoltato nella tomba (ride)".
MC: "Volete aggiungere qualcosa?" Gabriele: "Si, venite a vedere lo spettacolo, perché è un concerto che è anche un messaggio forte contro la guerra. Entrando in studio, ho visto un poster 'Voci contro la guerra'. Ecco, quella di 'The Wall' è una voce molto forte contro la guerra, molto attuale. Si parla dell'uomo moderno, della sua corruzione del suo essere perso in un'industria (che nello specifico è quella discografica, ma in genere in un sistema economico) che lo manipola come un burattino". MC: "Allora, per chiudere, aggiungo qualcosa io. Visto che abbiamo parlato in lungo e in largo di cover e visto che siete una tribute-band, suggeritemi una reinterpretazione che amate particolarmente da inserire nella seconda puntata di "Cover day", che realizzerò a brave assieme ai colleghi Riccardo e Tatiana…"
Gabriele: "Beh, a me viene subito in mente un disco bellissimo di Annie Lennox, 'Medusa', del 1995, un album di sole cover…" Cristiana: "Si, hai ragione: 'Waiting in vain'! Un pezzo bellissimo di Bob Marley, reinterpretato alla grande da Annie Lennox. Un capolavoro!".
Gabriele: "Hai fatto una cover della mia citazione... (ride)"
Geronimo's Pub Roma, 4 Settembre 2007
Regia di Gabriele Marciano :::
Coreografie: Ilaria Ricci, Barbara Giordani, Veronica Genovesi Altre ballerine: Federica D’Agostino, Martina Coco, Roberta Sabatino, Valeria Sabatino, Fabiana Loretoni
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Fluido Rosa con
Angelo Anastasio: chitarra elettrica ed acustica Muzio Marcellini: tastiere
Coro:
Altri attori:
In video:
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